sabato 31 luglio 2010

Roger Chartier: leggere digitale

Roger Chartier - 22 luglio 2010  

La Repubblica  


                                                                   Leggere digitale                     
Perché è rischioso che decida Google
 
Come cambieranno le abitudini dei lettori se il supporto dei libri non sarà più la carta, ma un video. Che cosa ne sarà dell'integrità di un'opera, che non è solo una banca dati. Le riflessioni di un grande storico della lettura.

Provate a digitare la parola "google" su Google ricerche in www.google.fr e sullo schermo del vostro computer apparirà che il termine cercato è presente in "circa 2.090.000.000" documenti. Se l'irriverenza non vi preoccupa, ripetete l'operazione cercando sempre su Google ricerche la parola "Dio" e otterrete 33.000.000 di documenti. (Su www.google.it il risultato dà rispettivamente 2.150.000.000 e 72.200.000, NdT).

Questo semplice raffronto è sufficiente a comprendere perché, negli ultimi mesi, tutti i dibattiti concernenti la costituzione di raccolte digitali siano stati seguiti da presso da continue iniziative dell'azienda californiana.


un mondo di frammenti decontestualizzati, contrapposti, ricomponibili all'infinito, senza che sia necessaria o auspicata la comprensione della relazione che li iscrive nell'opera dalla quale sono stati estratti....... i nuovi modi di leggere, discontinui e frammentari, mettono a repentaglio le categorie sulle quali si basa il rapporto con i testi e le opere, concepiti e adeguati nella loro singolarità e coerenza.
Quanto meno fino a oggi, nel mondo dell'elettronica è una stessa superficie luminosa del monitor del computer a consentire di leggere i testi, a prescindere dal loro genere o dalla loro funzione. Si è così spezzata la relazione che, in tutte le culture scritte anteriori, metteva strettamente in comunicazione tra loro oggetti, generi e usi. È questa relazione che organizza le differenze immediatamente percepite tra i diversi tipi di pubblicazioni stampate e le attese dei lettori, accompagnati nell'ordine o nel disordine dei ragionamenti dalla tipologia stessa del supporto che li ospita. È questa stessa relazione a rendere visibile la coerenza delle opere, imponendo la percezione dell¿entità testuale, perfino a colui che vuole leggerne soltanto alcune pagine. Nel mondo della testualità digitale, i discorsi non sono più inscritti negli oggetti, che permettono di classificarli e riconoscerli nella loro identità. Si tratta invece di un mondo di frammenti decontestualizzati, contrapposti, ricomponibili all'infinito, senza che sia necessaria o auspicata la comprensione della relazione che li iscrive nell'opera dalla quale sono stati estratti. Ed è sicuro che i nuovi modi di leggere, discontinui e frammentari, mettono a repentaglio le categorie sulle quali si basa il rapporto con i testi e le opere, concepiti e adeguati nella loro singolarità e coerenza.

Sono queste proprietà della testualità digitale e della lettura di fronte a uno schermo che il progetto commerciale di Google intende sfruttare. Il suo mercato è quello dell'informazione. I libri costituiscono un immenso filone al quale Google può attingere. Da qui la percezione ingenua che ogni libro possa essere una banca dati che fornisce "informazioni" a coloro che le cercano. Soddisfare questa domanda e ricavarne profitto: questo è lo scopo primario dell'azienda californiana.

Questa geniale scoperta di un nuovo mercato e i progressi tecnici che conferiscono a Google un monopolio pressoché assoluto nella digitalizzazione hanno garantito all¿azienda vantaggi redditizi in questa logica commerciale. Essa presuppone la conversione in formato elettronico di milioni di libri. Esige, di conseguenza, intese già intercorse o da firmare con le grandi biblioteche del mondo ma anche una digitalizzazione di vasta portata, poco preoccupata nei confronti del rispetto del copyright, e la costituzione di una gigantesca banca dati, in grado di assorbirne sempre più e di archiviare le informazioni personali sugli utenti che adoperano i servizi proposti da Google. Tutte le controversie in corso derivano da questo progetto. Da qui hanno avuto origine i processi intentati da alcuni editori per la diffusione illegale di opere sotto regime di diritto d'autore, oppure l'intesa siglata tra Google, l'Associazione degli Editori e la Società degli Autori americani, che prevede una condivisione dei diritti richiesti per accedere a libri protetti da copyright (37 per cento per Google e 63 per cento per gli aventi diritto). Questa "intesa" però preoccupa il Dipartimento della Giustizia perché potrebbe rappresentare una violazione della legge antitrust.

I rappresentanti dell'azienda americana girano il mondo per rendere note le loro buone intenzioni: democratizzare l'informazione, rendere accessibili i libri non disponibili, retribuire correttamente autori ed editori, favorire una legislazione sui libri cosiddetti "orfani". E, naturalmente, garantire che manterranno "per sempre" le opere a rischio o che corrono pericoli nelle biblioteche nazionali.

Questa enfasi sulla democratizzazione universale non è sufficiente ad allontanare le preoccupazioni. Niente garantisce che in futuro l'azienda, in situazione di monopolio, non imporrà diritti di consultazione o spese di abbonamento considerevoli a dispetto dell'ideologia del bene pubblico tanto strombazzata al momento. Già adesso esiste un legame preciso tra gli annunci pubblicitari, che garantiscono a Google profitti non indifferenti, e la "gerarchizzazione" delle informazioni che emergono da ogni ricerca su Google Ricerche. È in questo contesto che occorre collocare i dibattiti nati dalla decisione di talune biblioteche di affidare la digitalizzazione di tutte le loro raccolte o di una parte a Google. È necessario proseguire lungo questa strada?

La tentazione è forte nella misura in cui i budget normalmente non consentono di digitalizzare molto materiale e in tempi rapidi. Da qui nascono le trattative tra la Biblioteca Nazionale di Francia (Bnf) e Google, come pure, del resto, i disaccordi sull¿opportunità di un tale iter. Da notare, la differenza radicale che distingue le motivazioni, le modalità e le utilizzazioni della digitalizzazione degli stessi libri: quando è esercitata dalle biblioteche pubbliche e dall¿azienda californiana, tale circospezione è più che giustificata e potrebbe o dovrebbe portare a non cedere alla tentazione. L'appropriazione privata di un patrimonio pubblico, messo a disposizione di un'azienda commerciale, può sembrare sconcertante.

Oltretutto, in innumerevoli casi, l¿uso da parte delle biblioteche delle loro stesse raccolte digitalizzate da Google (anche se si tratta di opere di pubblico dominio) è sottoposto a condizioni inaccettabili, come la proibizione di sfruttare gli archivi digitali per più decenni. Altrettanto inaccettabile è un altro segreto: quello che riguarda le clausole dei contratti firmati con ogni biblioteca. Le giuste reticenze nei confronti di una partnership così azzardata hanno molteplici conseguenze. Prima di tutto, esigere che i finanziamenti pubblici dei programmi di digitalizzazione siano all'altezza degli impegni e delle aspettative e che gli Stati non rifilino agli operatori privati investimenti culturali di loro competenza. In seguito, decidere le priorità, senza credere che qualsiasi "documento" si presti a diventare digitale; poi, a differenza della miniera di informazioni di Google, mettere insieme raccolte digitali coerenti.

Urgente oggi è decidere come e da chi debba essere eseguita la digitalizzazione del patrimonio scritto, sapendo che "la repubblica digitale del sapere" non deve essere confusa con il grande mercato dell'informazione al quale Google e tanti altri propongono i loro prodotti.

© Le Monde Traduzione di Anna Bissanti
la Repubblica - R2 Cultura



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