giovedì 5 agosto 2010

Javier Cercas: Intervista di Elisabetta Menetti

  Elisabetta Menetti  intervista Javier Cercas - 25 ottobre 2006


I percorsi di Griselda   - - - -


I ritagli della storia e la memoria dei romanzi
Intervista di Elisabetta Menetti
Traduzione di Simona Mambrini

L’immaginazione letteraria è l’arte di combinare ricordi”. Javier Cercas, autore di romanzi a sfondo storico (Soldati di Salamina e La velocità della luce) tenta così di conciliare una contraddizione teorica che, da sempre, impegna critici e romanzieri.
Attraverso l’arte combinatoria dell’immaginazione, che seleziona i ritagli della storia e ricostruisce in un universo di finzione eventi ormai sedimentati nella memoria collettiva, lo scrittore spagnolo tenta di mediare tra le due divergenti nature del romanzo, che giudica un genere ‘impossibile’: “se è romanzo non è storia; se è storia non è romanzo”. Tuttavia, chi scrive di eventi storici (come nel caso della ricostruzione di un fatto avvenuto durante la guerra civile spagnola nello scontro tra miliziani e falangisti in Soldati di Salamina) si trova a dover selezionare, scartare e riutilizzare memorie di altri, confuse o perdute, ma ancora vive e pronte ad essere mescolate e rielaborate con nuove idee e nuovi propositi.
 
Mario Rigoni Stern ci ha spiegato che la memoria si attiva maggiormente tramite immagini e sensazioni: “Abbiamo i cinque sensi che ci aiutano a ricordare una immagine o una sensazione”. L’inizio del Sergente nella neve è una memoria fatta di sensazioni: "Ho ancora nel naso ho ancora negli occhi". La memoria letteraria scarta e riusa i ricordi degli uomini e della storia: cosa si conserva e cosa si scarta nel ricostruire avvenimenti vicini a noi, ma che sembrano a volte più lontani e misteriosi?
Ignoro completamente come funziona la memoria, o almeno la mia, e la verità è che non mi interessa saperlo, tra l’altro perché l’immaginazione è l’arte di combinare i ricordi, e un romanziere lavora soprattutto con la propria immaginazione, cioè con la propria memoria.
Sospetto che, se conoscessi il modo di funzionare della mia memoria smetterei di scrivere, o scriverei in modo meno spontaneo, affidandomi meno all’istinto, che è invece il modo in cui credo che si debba scrivere, o almeno è il modo in cui io scrivo.
So, questo sì, che ci sono determinati fatti che permangono nella mia memoria, che a volte si trasformano in ossessioni e, in alcuni casi, si convertono in storie. Non sempre sono ricordi personali; a volte sono ricordi presi in prestito. Nel caso del mio ultimo romanzo, La velocità della luce, tutto parte da un ricordo personale : la visione di un uomo, un veterano del Vietnam, che guarda alcuni bambini giocare nel parco di una città universitaria nord-americana. Nel caso del mio penultimo romanzo, Soldati di Salamina, tutto parte da un ricordo preso in prestito : il ricordo di un uomo che alla fine della guerra civile spagnola e dopo una fucilazione collettiva, deve uccidere un altro uomo e decide di non ucciderlo. Anche gli altri miei libri funzionano così, o almeno così credo. Per il resto, so anche che, per una questione di educazione, di carattere, di letture e per tante altre cose che non saprei definire, la mia memoria è addestrata a trattenere determinate certe cose e a tralasciarne altre. Però questo è anche ciò che succede a tutti, ma non per questo tutti scrivono romanzi. Insomma, tutto ciò è abbastanza misterioso, ed è giusto che sia così.

Marc Augé ha detto di non essere sicuro che esistano degli “insegnamenti” della Storia: “Al contrario – ha detto nell’intervista rilasciata per noi - esistono numerose sostanze che avvelenano il sangue: tossine che non si manifestano quando l’organismo è in salute, ma che possono riapparire alla minima debolezza. Non credo che noi siamo usciti definitivamente né dalle esperienze totalitarie, né dal razzismo. Non dico che non ci sia mutamento sociale, ma siamo organismi carichi di tossine, e se qualcosa va male – per esempio la disoccupazione, la situazione economica, l’improvviso guastarsi delle relazioni tra i paesi – queste tossine possono tornare ad agire.” Gli uomini sono organismi carichi di tossine: in che misura entrano in circolo nei suoi romanzi?
Non lo so, però immagino che queste tossine sono in parte il carburante della creazione. Non si tratta solo di tossine storiche o politiche, ma anche – o soprattutto - di tossine morali. Suppongo che, in un certo senso, scrivere sia una forma di esorcismo, e chi lo fa aspira ad una certa forma di purificazione: a purificare se stesso e a purificare il lettore e, quindi, in ultima istanza, a purificare la realtà.
Cosa naturalmente impossibile, perché nella realtà – nella realtà morale ma anche nella realtà politica e storica – nulla si crea e nulla si distrugge, ma si trasforma, proprio come avviene per la materia. Dirò qualcosa che non va molto di moda, ma che non per questo è meno certo: la letteratura in verità non è solo intrattenimento, ma aspira a cambiare la percezione del mondo del lettore, e questa è esattamente la forma in cui la letteratura può e deve cambiare il mondo.

La globalizzazione sta investendo inesorabilmente e da tempo il mondo letterario. In che modo le marginalità culturali possono sopravvivere e conservare il proprio statuto originale, prima di essere riciclate e riusate dall’industria editoriale in forme letterarie tutte uguali, standard e seriali?
Non sono la persona più indicata per rispondere a questa domanda. Sono solo uno scrittore     che scrive ciò di cui ha bisogno e sa e può scrivere: l’uso che l’industria editoriale ne fa, concerne l’industria editoriale e non me. Io faccio in modo – e naturalmente non sempre ci riesco – di godere dei benefici che questa industria può darmi e rifiutare i danni che può infliggermi. Inoltre, la globalizzazione è un fenomeno inesorabile e non necessariamente nocivo; al contrario ha aspetti molto positivi.
Si tratta di godere delle cose buone e di rifiutare quelle cattive. Evidentemente, l’industria editoriale può distruggere – e di fatto distrugge – gli scrittori; siamo noi scrittori a dover impedire che ci distrugga. Però, d’altra parte, senza industria editoriale non c’è letteratura ed è questa stessa industria editoriale a consentirci oggi di leggere scrittori di tutto il mondo praticamente nello stesso momento in cui si leggono nel loro paese d’origine. Come si vede non sono né apocalittico né integrato.

Nell’universo di finzione dei suoi racconti storici quale messaggio desidera che sia conservato (e anche riciclato) dai suoi lettori?
Non pretendo di trasmettere alcun messaggio con i miei libri. Forse ciò a cui ambisco è risolvere un problema morale, ossia formale, che io stesso mi sono posto – allo stesso modo di chi si sforza di risolvere un’equazione matematica – ben sapendo che questo problema morale, ossia formale, è irresolubile, o che la soluzione adotta la forma che adotta il libro, ed è una soluzione ambigua, sfuggente e mai univoca, e che, in ultima istanza, compete al solo lettore che è colui che interpreta la partitura che è il libro, e che alla fine decide. Questo significa che ciò che uno scrittore considera importante nei suoi libri è forse il meno importante per chi legge. Lo scrittore può essere un lettore privilegiato della propria opera, ma questo non significa assolutamente che detiene il monopolio della sua interpretazione. E tanto meno significa che non esistano letture migliori o peggiori di un libro: significa soltanto che il lettore è sempre sovrano. Vorrei aggiungere che quanto detto sopra vale anche per i cosiddetti romanzi storici – genere in cui non credo, perché tale etichetta contiene un ossimoro: se è romanzo non è storia; se è storia non è romanzo – così come per i cosiddetti romanzi contemporanei.

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note dell'autrice dell'intervista
Verità e finzione del racconto - I presupposti teorici del racconto verosimile, misto di realtà e finzione, hanno radici antiche. Già nella Rhetorica ad Herennium si può leggere una prima avvertenza che sarà alla base delle riflessioni medievali e umanistiche sull’inventio: “Inventio est excogitatio rerum verarum aut ver similum, quae causam probabilem reddunt” (I,3). Nelle possibili rappresentazioni del mondo il gioco illusorio dell’invenzione letteraria fa emergere la problematicità del rapporto tra verità e finzione. La consapevolezza dell’ambiguità della verosimiglianza narrativa, il gioco tra realtà e finzione, lo scambio o la sovrapposizione del mondo reale con quello immaginato, in altre parole la distinzione tra storia e récit, sono questioni teoriche che si impongono fin dalle origini della narrativa italiana (a partire dal confronto tra Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio sulla novella decameroniana di Griselda, X,10), esplodono nel Cinquecento (con il dibattito sul romanzo epico cavalleresco) si diramano in Europa ( a cominciare dall’opera spagnola del Lazzarillo de Tormes) fino a coinvolgere il dibattito ottocentesco sul romanzo storico, che Alessandro Manzoni avrebbe, però, rinunciato a semplificare ed a risolvere. Manzoni infatti scrive che è impossibile conciliare le divergenti nature di un “componimento” nel quale “deve entrare e la storia e la favola, senza che si possa stabilire, né indicare in quale proporzione , in quali relazioni ci devono entrare; non c’è il verso giusto di farlo, perché il suo assunto è intrinsecamente contraddittorio” (Del romanzo storico e in genere dei componimenti misti di storia e invenzione, 1828).


Sono ormai trascorsi sedici anni da quel pomeriggio di primavera che passai a Rantoul, eppure, forse perché in tutto questo tempo ho sempre saputo che prima o poi avrei dovuto raccontarlo, che non avrei potuto non raccontarlo, ricordo ancora con precisione la storia narratmi in quelle lunghe ore dal padre di Rodney.
Javier Cercas, La velocità della luce, Parma, Ugo Guanda Editore, 2005, p. 71.

Fu sempre grazie a Jaume Figueras, che alla fine mantenne la parola e fece da intermediario, se riuscii a conversare con suo zio Joaquim, con Maria Ferré e con Daniel Angelats. Tutti e tre superavano l’ottantina: Maria Ferré ne aveva ottantotto; Figueras e Angelats, ottantadue. Conservavano una buona memoria, o comunque la conservavano buona rispetto al loro incontro con Sánchez Mazas e alle circostanze in cui era avvenuto, come se si fosse trattato di un evento cruciale nelle vite di ciascuno e quindi avessero continuato a ricordarlo spesso. Le versioni dei tre differivano, ma non erano in contraddizione tra loro, e su vari punti risultavano complementari l’una all’altra, in modo da permettere di ricomporre, partendo dalle loro testimonianze e colmando in base alla logica e con un po’ di immaginazione le lacune, il rompicapo dell’avventura di Sánchez Mazas.
Javier Cercas, Soldati di Salamina, Parma, Ugo Guanda Editore, 2002, p.67.

C’è stata, nell’Europa di un tempo, quella che veniva chiamata la “repubblica delle Lettere”: una rete di scambi, di solidarietà, di querelles assai aspre in cui erano coinvolti scrittori, eruditi, uomini di scienza e persino teologi. Questa repubblica non sopravvisse alla nascita dei nazionalismi postrivoluzionari.In compenso l’Ottocento ha visto la maturazione delle grandi letterature nazionali, la crescita letteraria delle lingue parlate da comunità relativamente “marginali”. Nelle culture particolari veniva a rivelarsi una ricchezza. Ma la separazione, appena rivendicata, fu subito deplorata. L’antidoto apparve nell’idea della Weltliteratur e nel programma, all’inizio incerto, di una “letteratura comparata”. Nel nostro secolo – e siamo prossimi a farne un bilancio- questa situazione si è estesa su scala mondiale. Non siamo sul punto di vedere ricostituirsi una nova repubblica delle lettere, nel senso globale un tempo priilegio di una élite europea. Tuttavia, su piani ben definiti, vediamo istituirsi scambi mondiali: non c’è da stupirsi che tali scambi funzionino tanto meglio quanto più avvengono in base a convenzioni linguistiche comuni.
Jean Starobinski, Le ragioni del testo, a cura di Carmelo Colangelo, Milano, Bruno Mondadori, 2003, p. 95.



  Intuivo che quella era una vita assolutamente irreale, una farsa dalle dimensioni spropositate simile a un’enorme ragnatela che io stesso contribuivo a tessere e nella quale mi trovavo intrappolato [ …]. I professionisti del fariseismo affermano di non scrivere per essere letti se non da una selezionata minoranza in grado di apprezzare i loro selezionati scritti, ma la verità è che ogni scrittore, per quanto ambizioso o ermetico sia, anela in cuor suo ad avere innumerevoli lettori, e persino il poeta maledetto più inespugnabile, incarognito e intrepido sogna che i giovani recitino i suoi versi per strada.
Javier Cercas, La velocità della luce, Parma, Ugo Guanda Editore, 2005, p.155.


“Non sto scrivendo”. E aggiunsi contraddicendomi: “E non è un romanzo. E’ una storia con fatti e persone reali. Un racconto reale”.
“Fa lo stesso” ribatté Bolaño. “Tutti i buoni racconti sono racconti reali, almeno per chi li legge, cioè l’unico che conti davvero”.
Javier Cercas, Soldati di Salamina, Parma, Ugo Guanda Editore, 2002, p. 67.



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