mercoledì 23 febbraio 2011

Il terzo reich secondo Wundergammer

  Lincoln-

30/1/2011

Il terzo reich

“El Tercer Reich” di Roberto Bolano, composto nel 1989 ma pubblicato solo recentemente, postumo, nel 2010, e quasi immediatamente tradotto in italiano da Ilide Carmignano per l’Adelphi, è indubbiamente uno dei pilastri fondamentali della ricezione del moderno fenomeno ludico del wargame sul finire degli anni ’80.
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Lo stesso Bolano, nato in Cile nel 1953 e scomparso a Barcellona nel 2003, è un autore che sta venendo solo di recente riscoperto. Emigrato in Messico a quindici anni, nel 1968, con la famiglia, nel 1973 sarebbe tornato in Cile per appoggiare il governo di Salvator Allende. Ma il golpe militare di Augusto Pinochet pone fine al governo democratico e anche Bolano viene imprigionato dal regime. Fuggito fortunosamente, tornò in Messico dove fondò l’Infrarealismo (1974) assieme ad altri autori, in seguito all’espulsione da parte di André Breton dall’internazionale del surrealismo. In seguito si sarebbe trasferito in Europa (1978) e quindi in Spagna, dove verso il 1980 andò a vivere a Blanes, una città balneare di 30.000 abitanti sulla Costa Brava. L’avvio di una produzione letteraria sistematica iniziò verso 1990, ottenendogli subito un buon successo spagnolo; ma il vero trionfo sarebbe avvenuto dopo la morte, con una certa tipica mitizzazione dello “scrittore impegnato-maledetto” non esente da una buona dose di marketing. A tale proposito, e per un generale approfondimento bio-bibliografico, si veda innanzitutto il valido archiviobolano.it, esaustiva risorsa in lingua italiana sull’autore.



Scomparso nel 2003, Bolano lasciò dunque incompiuto il mastodontico “2666”, che nel 2004 sarebbe stato premiato col premio Salambò quale migliore opera in castigliano, e nel 2007-2008, tradotto in Italia da Adelphi in due volumi, avrebbe dato il via alla sua italica riscoperta (nel 2009 sarebbe seguito “Fra parentesi” e, terzo appunto, questo suo “Il Terzo Reich”).

Ma veniamo dunque all’opera in sé. Siamo negli anni ’80, poco dopo il 1985 (che come vedremo il protagonista rievoca come recente passato). Udo Berger, giovane e tedesco campione del wargame “Il Terzo Reich”, che simula ovviamente la seconda guerra mondiale. Il gioco, va notato, è realmente esistente, e si tratta di un videogame di grande successo diffuso dalla Avalon Hill nel 1974, che suscitò grande apprezzamento per la possibilità, assente di solito nei giochi più tradizionali, di correggere la storia (la pagina wikipedia dedicata al gioco cita, forse non a caso, la possibilità per la Germania di invadere la Spagna).
L’attività di wargamer è comunque sul punto di divenire, per Udo, una vera e propria professione sulle più quotate riviste di settore, Berger dunque si reca in vacanza con la fidanzata, in Spagna, all’Hotel du Mer di Frau Else, dove dieci anni prima si era recato da bambino (verso il 1976, anno di transizione – senza soluzione di continuità – dal Franchismo alla monarchia democratica: una coincidenza di date probabilmente non casuale).

Qui monta subito la complessa plancia de “Il terzo reich”, su cui sta preparando un nuovo, rivoluzionario saggio, e si dedica a questo con una passione totalizzante, mentre la bionda fidanzata Ingeborg trova una coppia di tedeschi, Hanna e il vacuo Charly (che rifiuta il suo originario nome tedesco, Carl, per il soprannome anglizzato), con cui trascorre la maggior parte del suo tempo tra spiagge e discoteche, ignorata o seguita al traino dal riottoso protagonista.

Una svolta si impone quando i quattro tedeschi entrano in contatto con il sottobosco degli spagnoli poveri viventi ai margini del turismo occidentale (sono ancora lontani gli anni del boom spagnolo di Aznar e poi Zapatero), i simbiotici Lupo ed Agnello, e l’inquietante Bruciato, in verità sudamericano, caratterizzato da orrende ustioni che sarebbero derivate dalle torture subite al suo paese, con evidente beffardo gioco pseudobiografico di Bolano. In antinomia al nazismo, poi, l’icona del Bruciato assume addirittura una terrifica simbologia sterminazionista.

L’ambiguo alter-ego dello scrittore diviene così lo spettro che il protagonista Udo (anch’esso scrittore, del resto) andava cercando in quella per lui improbabile vacanza: lo spettro di un avversario ideale per un’ideale partita a scacchi con la Morte, non un semplice e superficiale aficionado come quelli che lo circondano in Germania, ma un nemico sentitamente ideologico, che renda verace la simulazione con cui egli sta cercando di condurre l’amata patria alla vittoria nel conflitto della sua ignominiosa sconfitta.

Mentre il Lupo e l’Agnello conducono l’ingenuo Charly ad una completa devastazione che si conclude con la sua morte per (è irrilevante) suicidio, omicidio o incidente, il Bruciato si appassiona dunque al Terzo Reich, iniziando a giocare con il campione Berger come sparring partner. Berger sceglie ovviamente la Germania, il Bruciato le forze antifasciste. Berger si immerge così nel gioco e nella torbida situazione che si va creando attorno a lui; lascia ritornare in patria la fidanzata, abbandona il lavoro, fingendo dinnanzi a sé di restare per riconoscere il corpo del defunto connazionale Charly quando sarà ritrovato.

In verità, egli è vincolato alla partita, al Bruciato, al desiderio freudiano della più matura Frau Else che lo irride, al marito spagnolo morente di cancro della stessa, che restando sullo sfondo si intuisce aiutare il Bruciato a divenire un nemico sempre più sorprendentemente efficiente nel gioco. La tensione vira sempre più verso un’inquietudine surreale man mano che si procede verso l’inevitabile disfatta, che è ovviamente il vero desiderio profondo di Udo mascherato nella superficiale voglia di rivalsa, il sentimento di un Ragnarok inevitabile crepuscolo degli dei.
Berger dunque viene vinto, e compiuto il suo destino torna alla sua opulenta ma desolante normalità teutonica. Ma non gioca più: o meglio, gioca a carte, come tutti (prima, alla pensione, a chi lo irrideva per la sua passione evidenziava che i villeggianti comuni perdevano il loro tempo a giocare a carte, gioco ben meno impegnativo del suo). Non è certo un caso questa concessione ludica: giocando rassegnatamente al – per lui banale – passatempo delle carte da gioco, Berger accetta l’irriducibilità a verità scientifica del gioco strategico, che includendo l’elemento dei lanci di dadi, è inevitabilmente condizionato da un fattore casuale, come la stessa storia. Egli ha voluto il suo Settimo Sigillo: deve invece riconoscere che il wargame non è un perfetto ed esatto gioco scacchistico, ma è segnato dallo stigma del caso. Carte, non Scacchi esagonali. La razionalizzazione dell’orrore nella matematica del wargame è fallita.

Bolano gioca dunque, labirinticamente e secondo i classici canoni del postmoderno, sull’apparente superficie da morality play del racconto per intessere un indifferente e divertito labirinto di specchi tra i vari livelli del gioco e della realtà.

Abbiamo già detto del rapporto del wargame col suo passato ludico, il duplice piano scacchi / carte, razionalità / casualità. Ma l’aspetto che più qui ci interessa è però come l’autore, ed in un modo meno marginale di quanto si possa credere, venga a rapportare il wargame anche con i nuovi media ludici del rolegame e soprattutto del videogame. Le citazioni del videogioco sono brevi e stizzose, compiute da un Berger che ovviamente disprezza entrambi con schifata superiorità.

L’astio verso il rolegame è particolarmente rivelatore, perché è legato indubbiamente all’introspezione che esso spalancherebbe sull’inquietante abisso psicologico del rapporto con il Terzo Reich che il tedesco Berger – e non solo lui, ovviamente…  – rimuove con la razionalizzazione di pedine, esagoni e numeri consentita dal wargame, puntando teoricamente a rovesciare l’esito della Storia (in verità, inseguendo inconsciamente la conferma della propria disfatta).

Non è infatti un caso che l’unica data moderna ad apparire nel romanzo (contro la minuziosissima ricostruzione delle date degli eventi storici della partita dal 1939 al 1945) è relativa ad un gioco di ruolo sul nazismo messo in scena all’ultima convention cui il campione ha partecipato, nel 1985 (p. 238): gioco poco chiaro già nel suo principio, conclusosi ovviamente nel caos generale, causando lo sconcerto del suo ideatore ed il suo abbandono del rolegame per la pittura, della Germania per la Francia (simmetrico ed anticipatore della secessione dal gioco strategico che colpirà il protagonista dopo il suo fallimento).
Il rapporto col videogame è ancora più minimale, e connesso al disprezzo per il rolegame: Berger parla infatti di riviste rivali come di “putridi foglietti fotocopiati, partoriti da adolescenti più inclini al gioco di ruolo, quando non ai giochi elettronici, che al rigore della mappa esagonale” (p. 35). Ma più avanti dovrà articolare meglio il suo sprezzo per il rolegame, rivelando come esso sia anche specchio delle paure che egli cerca di rinchiudere nella rigorosa geometria degli esagoni.

“Era questo il principale vantaggio che i giocatori di wargame elettronici portavano a loro favore: il risparmio di spazio e di tempo”, ci spiega infatti a p. 74, mentre illustra al Bruciato la seccatura di dover allestire anche in vacanza la ingombrante plancia del “Terzo Reich” per completare qualche articolo rimasto irrisolto. L’elemento dell’ingombro (fisico, ma anche psicologico…) che il gioco rappresenta era stato sottolineato dalle battaglie che, poco prima, Berger aveva dovuto combattere nella pensione spagnola per ottenere un tavolo sufficientemente vasto da permettergli di montare il gioco, litigando con il seccato personale e con l’irridente, matronale proprietaria.

In effetti, il wargame elettronico non presenta altra differenza che questa rispetto al wargame cartaceo: mentre un rolegame elettronico è ovviamente profondamente diverso da un gioco di ruolo con persone reali, togliendo l’elemento dell’interazione umana in favore del puro powerplay e di interazioni più o meno credibili col computer, un videogame strategico sostituirà ugualmente, di norma, il rivale in carne ed ossa con un avversario meccanico, virtuale, ma la differenza sarà molto meno percepibile, specialmente (è il caso di Berger in Bolano) quando non siamo di fronte ad una partita teoricamente importante, ma ad un semplice allenamento con uno sparring partner, come il Bruciato è, esplicitamente, per Berger stesso. Non a caso, nel 1995, sei anni dopo la redazione del romanzo di Bolano, “Il terzo reich” venne adattato in un videogame per PC dalla Avalon Hill. Le recensioni che se ne possono trovare in rete sottolineano il carattere puramente specialistico del videogame in un’epoca ormai segnata da grandi strategici di massa impostisi a cavallo degli anni ’90, tra Simcity (1989) e Civilization (1991).

Dunque, per concludere, il rifiuto dei rolegame da parte di Berger è comprensibile (manca la rassicurante distanza posta dal rigore), il rifiuto dei videogames, meno articolata, teoricamente no (essi renderebbero ancora più asettica, ancora più immateriale la finzione). È che, ovviamente Berger vuole e disvuole al tempo stesso: razionalizzare l’orrore nel gioco, certamente, ma anche trovare la sua necessaria nemesi, come avviene puntualmente con il Bruciato.

Questa ripubblicazione in un 2010 che si vuole, non casualmente, avvio di una decade sempre più videoludica sotto molti aspetti, ha dunque indubbiamente il senso editoriale di evocare il conflitto alluso da Bolano nel rolegame, collocandolo nell’età ben più di massa del videogame. Perché in verità,  la virtualizzazione videoludica non elimina lo spettro del Bruciato, ma lo rende realmente, pienamente fantasmatico e immaginario, collocandolo definitivamente ed esclusivamente nell’inconscio del videogiocatore che decida o sia costretto a cedere alle sue sirene.
Lincoln

Wundergammer    

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